Un articolo di: Francesco Sidoti

La Cancelliera ha incarnato una prospettiva politica. Wandel durch Handel, Change through trade:  il pacifico commercio esercita di per sé una funzione conciliatrice

Narra la leggenda che, quando era studente nella Ddr, ad Angela Merkel fu chiesto di fare l’informatrice per la Stasi. Declinò, dicendo: “Non sarei una spia affidabile, Ich quatsch zu viel, chiacchiero troppo”. Tuttavia, ha mostrato prudenza con le parole, soprattutto da quando non è più Cancelliera ed è passata quasi dalle stelle alle stalle. Per difendersi, aveva taciuto a lungo e rotto il silenzio soltanto nel giugno 2022, in una conferenza alla Berliner Ensamble. Fu subito derisa aspramente dagli ucraini (si distinse lo stesso consigliere presidenziale che in seguito dichiarò “azzerata” la reputazione della Santa Sede) e bacchettata duramente dai connazionali (si distinse il suo ex-braccio destro, Wolfgang Schaeuble). Ora Angela Merkel sta scrivendo le sue memorie, saggia il terreno con qualche intervista e soppesa chi bussa alla sua porta, ricordandole che deve stare attenta a come parla, ad esempio rispolverando i conti della parrucchiera.
La Merkel ha spesso dimostrato una malvista indipendenza: non volle entrare nei conflitti in Libia e in Siria; fu contraria all’espulsione della Russia dal G8; ad alta voce ragionò sull’amicizia a senso unico, quando scoprì di essere stata sistematicamente intercettata e spiata.

Dettagli a parte, la Cancelliera ha incarnato una prospettiva politica: Wandel durch Handel, che non era un’invenzione per comprare il gas a poco prezzo, ma la traduzione in tedesco di una tendenza gloriosa (anche se minoritaria) nella cultura occidentale: Change through trade, ovvero l’idea che il pacifico commercio, in quanto tale, sia un valore supremo, perché permette di guadagnare a tutte e due le parti, e che questo rapporto pacifico di scambio esercita di per sé una funzione conciliatrice, moderatrice, civilizzatrice, razionalizzatrice. La pace appare come un principio economico universale, valido sempre e per tutti, in piena simmetria tra mercato interno e mercato internazionale. “Il modello dell’Occidente è che le persone stiano bene”, ha detto Angela Merkel, “e che ne tragga beneficio chiunque”.

Lungo il Reno, gli europei si sono scannati e si sono poi ritrovati quando hanno tentato di costruire una storia nuova dell’Europa

Nell’apparente semplicità, questa prospettiva ha un albero genealogico che discende dalla più blasonata araldica della cultura. Le origini si perdono in Aristotele, nell’Ara pacis augustea, nella tomistica, nel douce commerce di Montesquieu, in Adam Smith e infine nel liberalismo manchesteriano, che riunisce e riordina le fila di un discorso plurisecolare. Richard Cobden in prima persona rappresentò il liberalismo propriamente detto, inclusa l’esaltazione dello Stato minimo, ovvero lo Stato che si assicura innanzitutto di garantire l’ordinato svolgimento degli scambi, senza interferire nelle altrui vicissitudini. Questa tendenza anti-colonialista, anti-militarista, anti-imperialista, culmina negli sviluppi del capitalismo renano, ovvero quel capitalismo che prende il nome da un fiume che in maniera paradossale è stato la dorsale della rivoluzione industriale e la colonna vertebrale dell’Europa: per 1.232 chilometri, fino a Rotterdam, sul Reno c’è stata la macelleria delle guerre fratricide europee. Lungo il Reno, gli Europei si sono scannati più che in ogni altro luogo e si sono poi ritrovati sul Reno quando hanno tentato di costruire una storia nuova dell’Europa.
Il sogno europeo di prosperità nella pace, separato e distinto dall’American Dream, si sviluppa lungo il Reno e comincia con la fondazione di una nuova Europa dopo la Seconda guerra mondiale. La comprensione del valore economico e demiurgico della pace non è soltanto un sogno europeo, perché ci hanno creduto Mandela e Gandhi; anche molti americani hanno creduto in questo ideale di rispetto reciproco e di non interferenza, ad esempio il Quincy Institute, che è nato proprio rispolverando il principio live-and-let-to-live.
Sin dall’inizio, Angela Merkel si è difesa sollevando un tema tutt’altro che banale: “Una scelta di politica estera non è qualcosa per la quale si possa dire che era sbagliata, soltanto perché non ha avuto successo”. Diplomacy isn’t wrong just because it doesn’t succeed, tradusse il Financial Times, cogliendo il nocciolo per quelli che sono interessati ai dividendi della pace e non all’inferno della guerra: la storia la scrivono i vincitori, ma in una riflessione veramente razionale, il metro di giudizio non è il successo, per distinguere ciò che è giusto o sbagliato. Tra l’altro, chissà, quel che era giusto ieri e che pare sbagliato oggi, potrebbe ridiventare giusto domani – in forme nuove e da costruire.

Sociologo

Francesco Sidoti