Un articolo di: Riccardo Fallico

A inizio di marzo 2024 i media hanno ricominciato a prestare attenzione al prezzo dell’oro, che, dopo aver fatto registrare il massimo storico di 2.078,4 dollari all’oncia a fine dicembre del 2023, nel giro di pochi giorni ha mostrato un’improvvisa impennata e dopo il 6 di marzo è rimasto stabilmente sopra i 2.100 dollari all’oncia. Al momento di scrivere il massimo storico del prezzo è stato toccato il 20 di marzo: il prezzo spot ha raggiunto brevemente i 2211 dollari all’oncia, per poi chiudere la giornata a 2.170 dollari all’oncia . Per quanto riguarda i prezzi future dell’oro il massimo è stato registrato sulla piattaforma Comex: 2225,3 dollari all’oncia per i contratti con scadenza ad aprile 2024. Secondo molti operatori di mercato il prezzo dell’oro è destinato ad aumentare ancora e potrebbe sorpassare e rimanere costantemente sopra i 2.200 dollari all’oncia nel prossimo futuro: secondo lo scenario prospettato dalla banca statunitense JP Morgan entro il terzo trimestre del 2025 il prezzo dell’oro potrebbe addirittura toccare quota 2.300 dollari all’oncia.

La Fed detta le regole anche per le quotazione dell’oro

La nuova impennata del prezzo dell’oro alla fine del primo trimestre del 2024 è stata sospinta dalle dichiarazioni di Jerome Powell, presidente della Federal Reserve statunitense, che il 6 marzo, durante il suo intervento presso il Congresso degli Stati Uniti, ha dichiarato come la banca centrale statunitense “non ha fretta di tagliare i tassi di interesse finché i politici non saranno convinti di aver vinto la battaglia contro l’inflazione”. Un ulteriore spinta è arrivata dopo che il Comitato federale del mercato aperto della FED il 20 marzo, nonostante il tasso di interesse di riferimento fosse stato lasciato invariato per continuare a riportare l’inflazione entro il 2%, lo stesso Powell aveva confermato che la FED prevedeva per il 2024 tre possibili tagli al tasso di interesse, sebbene le scadenze temporali di questi tagli non fossero ancora definite.

Proprio la pressione inflazionaria è uno dei fattori principali che hanno influenzato e stanno influenzando l’andamento del prezzo dell’oro, che, eccetto una flessione tra il 2012 e il 2016, è rimasto in costante ascesa a partire dal 2000. Nonostante ciò, il suo valore attuale, aggiustato al costo dell’inflazione sul dollaro, rimane inferiore di circa il 3% rispetto al prezzo del 2012. Nel suo Gold Outlook 2024 il World Gold Council (WGC) ha elaborato tre possibili scenari sull’andamento del mercato dell’oro e tutti e tre sono correlati alla futura situazione economica negli Stati Uniti. Due scenari su tre stimano un ulteriore aumento del prezzo del metallo più prezioso, minore nel caso di un cosiddetto “soft-landing” dell’economia statunitense, maggiore nel caso contrario, hard-landing, di caduta in recessione e inizio di una crisi economica e finanziaria.

È significativo sottolineare che gli investimenti in oro non sono effettuati dagli operatori privati, che al contrario in questo momento sembrano avere posizioni corte, ma dalle stesse banche centrali mondiali.

Da oltre 13 anni le Banche centrali investono in oro

Analizzando i dati del WGC è possibile notare come molte banche centrali già a partire dal 2011 abbiano ripreso ad affacciarsi sul mercato dell’oro per rimpolpare le proprie riserve auree. Nel passato triennio le banche centrali mondiali hanno acquistato 2.568 tonnellate di oro, di cui 2.118 tonnellate solo tra il 2022-2023. Tra le nazioni che nel 2023 hanno acquistato i quantitativi maggiori ci sono Cina, 225 tonnellate, Polonia, 130 tonnellate, Singapore, 76 tonnellate, Libia, 30 tonnellate, e Repubblica Ceca, 19 tonnellate. Nel 2022 la Turchia aveva aggiunto alla proprie riserve 145 tonnellate, la Cina 62 tonnellate, l’Egitto 45 tonnellate, il Qatar 35 tonnellate e l’Uzbekistan 34 tonnellate. A fine 2023, sempre secondo i dati del WGC, le nazioni con le riserve auree maggiori erano Stati Uniti, 8.133 tonnellate, Germania, 3.352 tonnellate, Italia, 2.451 tonnellate, Francia, 2.436 tonnellate, Russia, 2.332 tonnellate, e Cina 2.235 tonnellate.

Nel periodo tra il 2000 e il 2023, ad eccezione di Francia e Germania, che hanno venduto rispettivamente 558 e 116 tonnellate di oro, la maggior parte delle banche centrali dei Paesi economicamente più sviluppati ha lasciato pressochè invariate le proprie riserve di oro. Tra le banche centrali dei Paesi in via di sviluppo, invece, le banche centrali cinese e russa sono state molto attive. Le riserve della Cina sono aumentate di 1.840 tonnellate, passando da 395 tonnellate nel 2000 a 2.235 tonnellate nel 2023. La banca centrale russa ha aggiunto nello stesso periodo 1.948 tonnellate, portando le sue riserve da 384 tonnellate nel 2000 a 2.332 tonnellate alla fine del 2023. È da notare che questi dati fanno riferimento solo agli acquisti diretti, mentre non vi sono informazioni  sugli acqusiti di oro effettuati dalle banche centrali attraverso agenti e/o intermediari. Vista la sensibilità e l’importanza dell’oro per la sicurezza nazionale di ogni Paese nessuno conosce i veri quantitativi delle riserve auree di ciascun Paese. Secondo una ricerca presentata nel 2019 dall’analista Jan Nieuwenhuijs il Dipartimento del Tesoro statunitense avrebbe mentito sugli audit delle proprie riserve auree e ad oggi non potrebbe essere confermata la quantità esatta di oro nei caveu statunitensi. A febbraio del 2023 sempre Jan Nieuwenhuijs aveva stimato che la banca centrale cinese, in realtà, avrebbe accumulato riserve per 4.309 tonnellate di oro, di gran lunga maggiori rispetto a quelle dichiarate.

La previsioni parlano di un 2024 nel quale le banche centrali mondiali continueranno ad aumentare le proprie riserve di oro. Un indagine del WGC condotta nel 2023 tra le banche centrali mondiali ha messo in luce alcuni risultati molto interessanti: il 70% degli interpellati, una percentuale in aumento del 10% rispetto alla stessa indagine del 2022, riteneva che le riserve auree mondiali sarebbero aumentate nel corso dei prossimi 12 mesi. Per il prossimo quinquennio le banche centrali, a fronte dell’aumento delle riserve auree, prevedono una diminuzione delle riserve nazionali denominate in dollari, che in totale non arriverebbero a superare il 50% del totale. Questo costante appetito verso l’oro sarà in primis sostenuto dai Paesi in via di sviluppo, maggiormente desiderosi di mitigare i rischi economico-finanziari e geopolitici derivanti dall’eccessiva influenza della valuta statunitense. Nel sondaggio “Global Sovereign Asset Management Study 2023”  effettuato dalla società di investimento statunitense Invesco, tra 57 banche centrali e 85 fondi di investimento sovrani, l’80% degli intervistati affermava che per il prossimo decennio, oltre al persistere della pressione inflazionaria, le tensioni geopolitiche saranno il rischio maggiore e le banche centrali saranno impegnate ancora ad aumentare le proprie riserve auree.

L’oro come strumento finanziario per frenare l’inflazione

Il rinnovato interesse delle banche centrali verso l’oro risiede nella sua funzione di strumento economico in grado di “bilanciare” l’elevata inflazione, e in primis l’inflazione indotta o esportata dal dollaro come valuta mondiale del commercio. Storicamente, infatti, ogni ciclo monetario espansionistico degli Stati Uniti ha comportato un aumento del prezzo dell’oro, data la conseguente svalutazione della valuta statunitense sui mercati finanziari mondiali. I movimenti attuali del prezzo dell’oro sono dettati dalle sempre più insistenti voci che parlano di futuri tagli dei tassi di interesse a partire dalla metà del 2024. Molti analisti ritengono che la FED sarà costretta a tagliare i tassi di interesse sul dollaro per poi ritornare ad una politica di quantitive easing. L’immissione di nuove ingenti quantità di denaro a basso costo sul mercato sarebbero necessarie per alleviare i problemi di salute del mercato bancario statunitense e i rischi legati alla propria economia, per la quale dal 2023 si prevede una recessione.

L’accumulo di nuove riserve auree è legato anche all’aumento dei rischi geopolitici a livello globale. A partire dagli anni 2000, da quando gli Stati Uniti hanno iniziato ad applicare una politica sanzionatoria più aggressiva, molti Paesi hanno iniziato a guardare all’oro come lo strumento per evadere gli effetti delle sanzioni, applicate soprattutto dai Paesi economicamente più sviluppati. Tra le nazioni che si sono mosse per prime ci sono appunto Cina e Russia, che, durante il processo di espansione delle loro riserve auree, hanno di pari passo venduto i propri asset denominati in dollari, in primo luogo le obbligazioni del tesoro americano. Tra il 2006 e il 2020 la banca centrale russa ha aggiunto 1.911 tonnellate di oro alle proprie riserve, con un massimo di 274 tonnellate toccato nel 2018. Nello stesso periodo la Russia ha venduto la maggior parte dei sui titoli del tesoro statunitense, portando nel 2018 il suo portafoglio da 96 miliardi a 15 miliardi di dollari. La Cina, invece, è ancora impegnata nella vendita dei sui titoli del tesoro statunitense: secondo le statistiche ufficiali, a novembre del 2023 la Cina deteneva “solo” 782 miliardi in obbligazioni del tesoro statunitense, circa la metà del proprio portafoglio obbligazionario denominato in dollari che tra il 2011-2013 aveva toccato 1,3 trilioni di dollari. Nel solo 2023 la Cina ha venduto 97,5 miliardi di dollari in obbligazioni statali statunitensi.

L’oro per far fronte alle eventuali politiche sanzionatorie

Dopo l’inizio dell’Operazione speciale russa in Ucraina, l’oro è diventato ancora di più lo strumento che le banche centrali reputano come indispensabile per aggirare le sanzioni, visto che per sua natura è un bene molto liquido. Stati Uniti, Unione Europea, Regno Unito e altri paesi economicamente sviluppati, non solo hanno congelato tutti i beni e gli investimenti russi sui loro territori, ma utilizzando il potere commerciale delle proprie valute hanno tentato di bloccare tutte le operazioni commerciali denominate in quelle stesse valute. Questa ritorsione politica ha fortemente incrinato la fiducia degli investitori esteri nel sistema giuridico e economico di queste stesse nazioni, che hanno dimostrato come nessuna operazione o investimento estero sul loro territorio fosse al sicuro.

È da notare che l’oro non sopporta il rischio politico solo qualora la banca abbia accesso diretto alle sue riserve. Non tutti i Paesi hanno le strutture fisiche necessarie per gestire e controllare le proprie riserve. Stati Uniti, Regno Unito e Francia sono i tre principali Paesi che gestiscono le riserve auree mondiali per conto di altre nazioni. La Germania, il secondo Paese al mondo per riserve, ha accesso diretto solo alla metà del proprio oro, mentre l’altra metà è conservato negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Già a partire dalla metà del 2023 il rimpatrio delle riserve auree era diventato un processo consolidato, ma l’attuale regime di sanzioni potrebbe essere di grande ostacolo, come dimostra il caso del Venezuela, che a giugno del 2023 ha perso in ultimo appello la causa contro il governo del Regno Unito per il rimpatrio di 1,95 miliardi di dollari in riserve d’oro.

Economista

Riccardo Fallico