Gli investitori si sbarazzano del dollaro

In novembre i gestori patrimoniali hanno chiuso circa l’1,6% delle loro posizioni in dollari

L’impressione è che gli investitori strategici di tutto il mondo abbiano ricevuto l’ordine di “sbarazzarsi del dollaro USA”. Secondo i dati, forniti da una tra le maggiori società statunitensi di servizi finanziari e bancari State Street, “nel giro degli ultimi 20 giorni i gestori patrimoniali hanno chiuso circa l’1,6% delle loro posizioni in dollari”. Quello attuale è stato giudicato “il più grande deflusso mensile sin dal 2022”.

Gli investitori stanno scaricando il biglietto verde. Le vendite di massa sono iniziate il 3 novembre dopo la pubblicazione dei dati – decisamente inferiori alle previsioni – sull’occupazione negli Stati Uniti. Da allora le vendite sono andate avanti senza sosta. Gli esperti di State Street hanno sottolineato che “negli ultimi 20 anni le vendite di dollari così concentrate e intense sono state registrate solo in poche occasioni specifiche”. L’ultima volta è stata a novembre dello scorso anno, quando il Dollar Index, un indice che misura la forza del dollaro nei confronti di un paniere di altre valute, ha perso il 10 per cento.

I maggiori investitori strategici, ha scritto il quotidiano britannico Financial Times “vendono i loro dollari perché danno ormai per scontato che la Federal Reserve non alzerà più i tassi d’interesse”. Molti analisti sono sicuri che i tassi di interesse non potranno rimanere a lungo sui livelli attuali del 5,25-5,5 per cento.

Financial Times ricorda che il rally del dollaro nel 2022 “è stato sostenuto dall’aggressiva campagna di strette sul costo del denaro”, lanciata dalla Fed di Jerome Powell per combattere l’inflazione più alta degli ultimi 40 anni. La politica delle strette monetarie ha fatto alzare per il mese di settembre del 2022 il Dollar Index del 19%. Dopodiché il rallentamento della corsa dei prezzi ha determinato una brusca inversione di rotta della valuta statunitense specie negli ultimi tre mesi dello scorso anno. Questa tendenza è andata avanti fino a luglio del 2023, il mese in cui la pubblicazione dei dati macroeconomici sulla buona salute degli Stati Uniti hanno dato nuova forza al dollaro, balzato del 7 per cento.

Un nuovo ciclo dell’altalena delle vendite è stato registrato dopo la riunione di due giorni della Federal Reserve l’1-2 di novembre. In quell’occasione il governatore Jerome Powell ha detto che malgrado l’inflazione non sono previsti nuovi rialzi del tasso di riferimento. Gli operatori finanziari hanno capito che il picco degli aumenti dei tassi è rimasto dietro le spalle. I dati sull’inflazione (del 3,2% nell’ultima rilevazione) e sui nuovi posti di lavoro creati (molto meno rispetto alle attese) hanno permesso di pensare che nel 2024 la Fed potrà ritornare a tagliare i tassi di riferimento.

Probabilmente gli investitori sanno leggere tra le righe dei verbali della Fed che “non portano alla luce nessuna indicazione né volontà di tagliare i tassi. Di questa opzione non se ne fa nessun cenno”. In realtà, ancora si citano i rialzi, piuttosto che i tagli. Però l’ipotesi di un nuovo aumento del costo del denaro è stata vista dalla Fed come “una possibilità, non come una probabilità”. Vale a dire che una nuova stangata sarebbe da considerare solo e solamente nel caso i prossimi dati macroeconomici dovessero dimostrare che l’inflazione non scende verso il 2 per cento.

“I flussi delle ultime due settimane indicano un rapido ripensamento sulla domanda di dollari. Gli investitori ritengono che se i tagli dei tassi davvero dovessero essere tagliati, non ci sarebbe alcun bisogno di tenere tanti dollari”, ha detto ai giornalisti Michael Metcalfe, responsabile della strategia macro di State Street, secondo cui “la recente liquidazione delle posizioni in dollari dei gestori patrimoniali non toglie che la valuta americana sia ancora ‘sovrappesata’ nei portafogli di investimento”. Secondo Francesco Sandrini, responsabile delle strategie multi-asset di Amundi, il dollaro rischia di diventare ancora più fiacco “quando verranno alleviate le tensioni politiche ed economiche tra gli Stati Uniti e la Cina, dopodiché gli investitori ricorreranno meno al biglietto verde come bene rifugio”.