The Africa Report attacca Israele per le sue politiche agro-finanziarie nel “Continente Nero”

La rivista africana accusa Tel Aviv di usare investimenti nel settore agricolo africano per “promuovere la propria agenda diplomatica ed economica, invece di portare soluzioni sostenibili” e addirittura “minacciando la sovranità alimentare di alcuni Paesi dell’Africa”

The Africa Report, un autorevole mensile che si occupa di politiche africane, ha pubblicato un articolo molto esplicito, che contiene una serie di dure critiche delle politiche finanziarie di Israele nel “Continente Nero”.
Secondo un’analisi del quotidiano italiano Il Post il Governo di Tel Aviv starebbe utilizzando gli investimenti delle aziende israeliane del settore agroalimentare in “modo poco chiaro per promuovere in Africa la propria agenda diplomatica ed economica”. Il denaro israeliano, scrive Il Post, invece di portare soluzioni sostenibili e aiutare i Paesi africani a combattere la fame, i progetti realizzati in Africa con la partecipazione finanziaria di Israele “stanno minacciando lo sviluppo e la sovranità alimentare di alcuni Paesi dell’Africa, con conseguenze gravi e durature”.
La rivista The Africa Report è pubblicato dalla casa editrice Jeune Afrique Media Group (JAMG), una delle maggiori società mediatiche in Africa. Oltre alla rivista The Africa Report, la JAMG pubblica anche il settimanale Jeune Afrique e organizza regolarmente il principale evento del business africano, chiamato “Africa CEO Forum”.
Come illustrazione più calzante The Africa Report ha raccontato ai propri lettori la storia di un progetto, chiamato Aldeia Nova, che la società agroalimentare israeliana LR Group (LR) aveva realizzato in Angola.
Dopo un sanguinoso conflitto armato che aveva martoriato questo Paese africano per quasi trent’anni l’obiettivo più che dignitoso posto del Governo angolano era quello “di reintegrare nella società coloro che avevano fatto la guerra fornendo loro i mezzi per guadagnarsi da vivere”.
Nella realizzazione dell’ambizioso progetto il Governo dell’Angola aveva investito 70 milioni di dollari. 9.000 ettari di terreno furono suddivisi in quindici villaggi per case, coltivazioni agricole e per le rispettive infrastrutture. La gara d’appalto fu vinta da LR Group.
E mentre oggi la società israeliana afferma che la realizzazione del progetto Aldeia Nova “abbia rivitalizzato economicamente la regione e che a 600 famiglie siano state date una casa e un terreno per allevare mucche, maiali o polli”, gli abitanti locali dicono di pensarla molto, ma molto diversamente. The Africa Report cita alcuni contadini del posto secondo i quali “per la israeliana LR eravamo semplicemente manodopera a costo praticamente zero”. I contadini devono paga la società israeliana “per l’uso delle case, delle infrastrutture e della terra, mentre quello, che le persone di Aldeia Nova producono – cita il Post la rivista africana – torna direttamente a LR sotto forma di rimborso, nonostante il Governo angolano abbia finanziato il progetto e messo a disposizione le terre”.
Il malcontento dei contadini angolani cresce rapidamente di grado. “Le persone vivono in uno stato di moderna schiavitù”, ha detto a The Africa Report un rappresentante di Jovens Lúcidos, un’associazione locale che lotta per un futuro migliore per gli abitanti di Aldeia Nova.
Infine le rivista africana cita un recente report di GRAIN, un’organizzazione internazionale no profit con la sede a Barcellona, in Spagna, che sin dall’inizio degli Anni 80 del secolo scorso lavora per sostenere gli agricoltori nelle loro lotte per sistemi alimentari controllati dalla comunità e basati sulla biodiversità. Negli ultimi anni GRAIN ha analizzato le politiche finanziarie e agroalimentari israeliane nel Sud Globale, concentrandosi in maniera particolare sui progetti che Tel Aviv realizza nei Paesi africani, come Angola, Costa d’Avorio, Repubblica Democratica del Congo, Gabon, Nigeria e Sudan Meridionale. E il verdetto degli esperti di GRAIN non può non preoccupare: “Molti dei progetti esaminati – ha scritto la ONG – sono risultati inadatti alle condizioni locali, antieconomici e insostenibili”.