Dalla sconfitta di Hillary Clinton in avanti la delegittimazione dell'esito elettorale sgradito passa attraverso l'accusa di interferenze e brogli. Uno studio americano analizza dove e quanti interventi per alterare il voto siano stati compiuti nel corso del tempo. E da chi

Quest’anno sono molti i paesi chiamati alle urne per elezioni politiche di notevole rilevanza. Alcune, come le presidenziali in Russia, si sono già tenute. Le più attese, e incerte, sono in programma negli Stati Uniti il 5 novembre, per l’elezione del Presidente e per il rinnovo di una parte consistente del Congresso. Ad accompagnare – o, meglio ancora, a precedere – tutte queste elezioni sono le denunce di brogli e interferenze dall’estero.
Da qualche anno si parla ormai preventivamente di manovre di potenze straniere finalizzate ad alterare i risultati delle urne. In particolare, a partire dal 2016, dalla sconfitta patita da Hillary Clinton contro Donald Trump, si guarda al voto allertando l’opinione pubblica americana sulla quasi certezza della cattiva intenzione di qualche potenza (Russia, Cina…) di interferire sulla democratica scelta degli elettori. Questa abitudine, a distanza di quasi otto anni, deve ancora trovare prove certe delle interferenze ma è comunque divenuta contagiosa. Anche in Europa, adesso, in vista delle europee di giugno, sono stati in molti a paventarne il rischio. Il dito viene puntato, di default, contro Mosca.
Preoccupazione e diffidenza sono in realtà legittimi. Soprattutto se si guarda al passato relativamente recente. Una ponderosa ricerca condotta dalla Carnegie Mellon University di Pittsburg, in Pennsylvanya, ha documentato le decine di interventi stranieri compiuti per alterare il corso delle elezioni in numerosi paesi, in tutti i continenti, esclusa solo l’Oceania: dal Brasile all’Iran, alla Tailandia allo Sri Lanka al Guatemala… Il risultato di questo studio, realizzato nel corso di diversi anni utilizzando fonti open e covert, è relativamente sorprendente. Dalla ricerca condotta dal professor Dov Levin emerge infatti che il governo che più si è impegnato per modificare il corso naturale delle elezioni in paesi stranieri è stato quello degli Stati Uniti. I numeri sono impressionanti.
Nel periodo preso in esame, dal 1946 alla fine del 2000, le interferenze documentate sono state in tutto 117. Di queste 81 sono state ad opera delle diverse agenzie che fanno capo a Washington (il 69 per cento del totale). Il restante 31 per cento (36 casi) viene attribuito all’Urss/Russia. Complessivamente, negli anni della Guerra Fredda e nel primo decennio post-Urss, su 937 competizioni elettorali che si sono svolte nel mondo più del dieci per cento (11,3) sono state alterate. Solo in Europa, 50 le elezioni falsate. Levin cita tra i casi più clamorosi, e meno studiati, la tornata elettorale che si tenne in Italia nel 1948, le prime elezioni parlamentari della nascente repubblica italiana. Proprio l’Italia è stata il più importante dei “Top five targets” degli strateghi di Washington, intervenuti in otto elezioni. Al secondo posto, a subire interferenze, il Giappone (5), seguito da Israele e Laos (4). L’attività di Mosca, nelle urne altrui, risulta paradossalmente minoritaria.
Eppure, nell’immaginario occidentale, l’insidia viene da Est. Nonostante una informazione spesso corretta su altre responsabilità nell’alterazione del gioco elettorale. Clamoroso il caso delle presidenziali russe del 1996 che videro l’imprevista vittoria di Eltsin sul candidato comunista Zyuganov, dato universalmente favorito al secondo turno.
Vinse ‘Corvo Bianco’ grazie a un sostegno esterno tanto plateale che spinse il New York Times, il 9 luglio, sei giorni dopo le elezioni, a domandarsi se non ci fosse stata la mano di Washington nell’esito elettorale. Con il Time che la settimana successiva dedicò la copertina all’aiuto tout-court americano nella vittoria di Eltsin. Anni dopo, sarebbero stati i ricercatori dell’Università dell’Arizona a raccogliere gli elementi che portarono alla pubblicazione di un report dal titolo Overriding Democracy: American Intervention in Yeltsin’s 1996 Reelection Campaign.

Senior correspondant

Alessandro Cassieri