Arabia Saudita e Iran nemici o alleati?

In Medio Oriente i rapporti di forza cambiano e le dinamiche nelle relazioni tra Paesi evolvono. L'Iran sciita e l'Arabia sunnita trovano ora vantaggioso ridurre la conflittualità. Sullo sfondo, un diverso peso delle Grandi potenze nella regione

Cosa accade tra Arabia saudita e Iran dopo la guerra di Gaza e il conflitto con gli Houthi nel Mar Rosso? Le due potenze religiose del Medio Oriente, descritte sempre come avviluppate in un conflitto secolare tra musulmani sunniti e sciiti, in realtà sono scese a patti, alcuni palesi, altri sotterranei. Accordi di convenienza, forse, ma assai significativi per la nuova geopolitica della regione.
La prima svolta si è avuta nella primavera scorsa quando, grazie alla mediazione cinese, Riad e Teheran hanno ristabilito le relazioni diplomatiche interrotte nel 2016. Era la seconda volta in poco più di quarant’anni che Iran e Arabia Saudita decidevano di ristabilire i rapporti diplomatici dopo averli interrotti in vari momenti di crisi. Questo dà l’idea dell’importanza, ma anche della fragilità, dell’accordo concluso il 10 marzo con l’intervento diplomatico di Pechino.
Fin dalla rivoluzione islamica del 1979 le due potenze si contendono la guida politica e religiosa della regione. Non ci sono elementi per pensare che questa rivalità, negli ultimi dieci anni diventata una specie di guerra fredda, possa svanire da un giorno all’altro. Oltre al peso della storia, i pilastri ideologici della repubblica islamica iraniana sono in contraddizione con gli interessi strategici dell’Arabia Saudita. Vale per la diffusione della rivoluzione islamica nel mondo arabo attraverso la creazione di milizie sciite in Libano, Iraq e Siria, ma anche per l’ostilità del regime di Teheran verso gli Stati Uniti, considerati il principale nemico nella regione, e per la strumentalizzazione iraniana della causa palestinese, soprattutto con Hamas, nella Striscia di Gaza.
Basta osservare il diverso atteggiamento di Teheran e di Riad, con i suoi alleati del Golfo, dopo la guerra esplosa il 7 ottobre con il terrificante massacro a opera di Hamas nei kibbutz israeliani e la risposta devastante dello stato ebraico che ha portato a oltre 31mila morti, seminando morte, distruzione e fame. Teheran, con i suoi partner Hezbollah e Houthi, si è schierato con i palestinesi della Striscia mentre l’Arabia saudita, con gli Emirati, ha assunto una posizione assai ambigua. Se il 7 ottobre è stato letto come un congelamento agli accordi di Abramo tra gli stati arabi e Israele, questo è vero solo in parte. Gli Emirati continuano la loro alleanza militare ed economica con lo stato ebraico – di cui Abu Dhabi è il primo partner regionale – che viene considerata come uno scudo per contrastare l’influenza iraniana mentre diventa più incerto l’impegno americano nella regione.
Perché diversi Paesi arabi sono così prudenti sulla situazione a Gaza, a parte le condanne di rito seguite da ben pochi atti concreti? Normalizzare le relazioni con Tel Aviv significa ottenere l’indulgenza dell’Occidente per il mancato rispetto da parte di queste monarchie assolute del rispetto delle libertà individuali e dei diritti politici. Significa anche beneficiare del sostegno delle lobby filo-israeliane al Congresso americano per avere il via libera alle forniture militari e agli investimenti nella regione. Un esempio: oggi Israele ha una base nella regione di Assab in Eritrea che ha dato agli Emirati la concessione per installare attrezzature militari fornite proprio dagli israeliani nell’isola di Dahlak Kebir.
Questa realtà non sfugge certamente a Mohammed bin Salman, il potente principe ereditario saudita mandante dell’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi nel 2018, che gli era costato l’ostilità del presidente americano Joe Biden. Bin Salman afferma quindi regolarmente che non ci sarà nessuna normalizzazione ufficiale con Israele senza la creazione di uno stato palestinese. Ma Riad resta assai moderata nella sua condanna della guerra israeliana a Gaza perché la monarchia wahabita ha già messo a profitto l’avvicinamento ufficioso con Tel Aviv avviato da ormai un decennio.
Qual è allora il valore dell’accordo saudita con Teheran? L’Arabia Saudita è in piena trasformazione e non vuole più pagare il prezzo di uno scontro, anche indiretto, con l’Iran. Il regno è ancora scosso dagli attacchi Houthi contro gli stabilimenti della compagnia petrolifera Aramco del 2019 e dalla mancata reazione statunitense. Con un Iran vicino a ottenere l’arma nucleare, e in piena escalation israelo-iraniana, Riad preferisce muoversi con prudenza ed evitare di diventare bersaglio delle rappresaglie di Teheran.
L’Arabia Saudita cerca soprattutto di uscire dal pantano nello Yemen, dov’è intervenuta nel 2015 contro gli Houthi sostenuti dall’Iran. Questa spedizione militare, che ha segnato una rottura rispetto alla tradizionale prudenza del regno, si è trasformata in un disastro politico e umanitario, che minaccia la sicurezza della monarchia wahabita. E anche per gli Houthi la guerra di Gaza è un’opportunità. Senza minimizzare la portata del sostegno dei ribelli yemeniti alla causa palestinese, i loro attacchi alle navi mercantili nel Mar Rosso vanno collocati nel quadro del negoziato per un accordo di pace tra agli Houthi e il governo yemenita patrocinato dalla stessa Arabia saudita e visto con favore anche da Teheran per consolidare la sua influenza regionale.
È da notare che né l’Arabia Saudita né l’Egitto – che pure ha visto crollare gli introiti dei diritti di passaggio a Suez delle navi – hanno partecipato alle missioni militari nel Mar Rosso contro gli Houthi. Sia il Cairo che Riad sono da tempo impegnati a normalizzare i rapporti con Teheran.
Ed è qui il punto. Secondo fonti accreditate nelle monarchie del Golfo, alla fine di ottobre il presidente iraniano Ebrahim Raissi ha concluso un accordo segreto con il principe ereditario Bin Salmam equivalente a un patto di non aggressione da parte degli Houthi in cambio della non partecipazione di Riad alla coalizione navale internazionale nel Mar Rosso. Se non si può essere davvero amici si evita almeno di avere nuovi nemici.

Senior correspondent

Alberto Negri