Elezioni in Argentina i vizi antichi del populismo

La vittoria di Javier Milei conferma una tendenza politica diffusa in America Latina. Con in più il paradosso di un populista eletto con la promessa di sconfiggere il populismo. In un Paese sull'orlo della bancarotta

È frequente trovare, tra gli esperti internazionali, analisi che mostrano la convergenza tra Javier Milei, neoeletto presidente dell’Argentina, Jair Bolsonaro, presidente del Brasile nell’ultimo mandato, e Donald Trump. I tre rappresentano l’attuale neopopulismo antipolitico e antisistema, frutto della crisi globale delle democrazie liberali e del discredito nei confronti degli stati sociali, che garantivano la stabilità politica del capitalismo nei paesi ricchi.

Tuttavia, per chi osserva dall’America Latina la situazione internazionale, altri aspetti possono sembrare altrettanto interessanti. Cosa hanno in comune Javier Milei, Jair Bolsonaro e Lula da Silva, recentemente eletto per il suo terzo mandato come presidente del Brasile? E Sergio Massa e Fernando Haddad, i candidati sconfitti da Milei e Bolsonaro, cosa hanno in comune?

Cominciamo dagli ultimi due: sono entrambi tipici quadri di partito, sono stati ministri e rappresentano il modo di pensare e di agire dei loro partiti: una sinistra impegnata nel funzionamento e nei valori della democrazia liberale contemporanea. Gli altri tre, al contrario, rappresentano programmi politici e ideologici diversi, ma sono simili nella loro vincente strategia populista, che ha finito per portarli al potere.

Milei e Bolsonaro sono di destra, Lula è di sinistra. Ma i primi due – nonostante professino chiaramente un credo antisistema e antipolitico, con posizioni neoliberiste nelle loro campagne politiche – sono diversi. Milei è un neoliberale estremista, convinto sostenitore della riduzione dello Stato. Bolsonaro, sebbene il suo ministro dell’Economia abbia cercato di perseguire una politica neoliberista, non si è veramente allineato a questa dottrina economica. Da deputato si era espresso contro le privatizzazioni e apparteneva a un fronte parlamentare che non ha mai difeso apertamente la riduzione dello Stato. La sua posizione potrebbe definirsi all’insegna di uno sviluppo nazionale/nazionalista. La sua agenda, chiaramente conservatrice, è stata molto più decisiva nella sua conquista del potere di quella di Milei.

Nonostante queste differenze, tutti hanno in comune i tratti caratteristici del populismo latinoamericano. Juan Peron, in Argentina, e Getúlio Vargas, in Brasile, ne sono stati gli emblemi. Entrambi hanno dominato il panorama politico dei rispettivi paesi per gran parte del XX secolo. Peron è morto 50 anni fa, ma dopo la sua scomparsa i peronisti hanno vinto in Argentina sei delle ultime dieci elezioni presidenziali.

Vargas oggi è solamente un personaggio della storia del Brasile. In realtà, la repubblica brasiliana si divide in due fasi: prima e dopo Vargas. Lula ha sempre voluto essere una sorta di “nuovo Vargas”. Milei, invece, anche ricorrendo paradossalmente a toni e pratiche populiste, si presenta come colui che metterà fine al peronismo!

Il leader populista si presenta sempre come difensore dei poveri e nemico delle élite politiche corrotte. Non è un quadro di partito, ma un leader che domina il partito che lo sostiene. Il populista vive di un rapporto personale con le masse popolari, scarsamente organizzate politicamente e dipendenti dall’assistenzialismo del governo. Il populismo difende i poveri, ma non minaccia i potenti che gli sono fedeli. Questa ambiguità, che sarà ancora maggiore per il neoliberista Milei, spiega in gran parte le difficoltà dei populisti nel gestire l’economia nei momenti critici.

L’elettorato del leader populista non è guidato solo dal risentimento e dalla perdita di rilevanza sociale. Altrettanto o ancora più importante è il rapporto, di carattere personale, che si instaura tra il leader e i suoi seguaci. Laddove le istituzioni e le strutture hanno fallito, sarà il politico carismatico, con la sua forza e volontà, a tutelare il cittadino.

Il populismo si nutre delle frustrazioni e dei risentimenti di quei gruppi sociali che si sentono esclusi dal progresso sociale. Si tratti dei poveri e delle minoranze che garantiscono le vittorie di Lula, dei disperati per gli spropositi del governo argentino che hanno votato per Milei, o dei cristiani conservatori della classe media favorevoli a Bolsonaro perchè spaventati dall’ascesa della sinistra in Brasile.

Ma le spiegazioni esclusivamente economiche o culturali per questa opposizione ai politici tradizionali non sono sufficienti. Si tratta, piuttosto, di un insieme di fattori e di percezioni che generano un sentimento di mancato rispetto della propria dignità, di tradimento dei patti che garantivano la stabilità sociale.

In America Latina, oltre al contratto sociale razionale e burocratico, che guida la democrazia liberale, è ancora vivo nella memoria popolare un patto tradizionale, personalistico e morale, in base al quale chi detiene il potere protegge coloro che gli obbediscono. Quando il contratto sociale fallisce, il politico populista reincarna questa leadership protettiva, quasi mitica.

In questo senso, si può comprendere il paradosso del “populismo neoliberista”, dove la pratica di un governo forte e autoritario coesiste con una proposta di minimizzazione dello Stato. Se lo Stato ha fallito – è la scorciatoia ideologica – riduciamo la sua struttura e deleghiamo il potere a un leader che risolverà i problemi.

Salire al potere, tuttavia, non garantisce il successo una volta al potere. Per arrivarci, il leader populista deve presentarsi forte, spavaldo, e promettere trasformazioni radicali. Fa parte del gioco, bisogna agire così per conquistare la fiducia di un elettore frustrato e disilluso. Ma per restare al potere e mantenere, almeno in parte, le promesse fatte, il leader carismatico ha bisogno di un realismo capace di mobilitare le forze politiche che ha condannato e battuto, ma non eliminato, per superare gli ostacoli reali nella gestione dello Stato.

Pochi leader hanno le capacità per affrontare questi due diversi momenti. Non sappiamo cosa ne sarà di Milei, in Argentina. Bolsonaro, in Brasile, non ha saputo affrontare le sfide della permanenza al potere. Lula si è rivelato un maestro in questo senso: approfittando del clientelismo dei suoi avversari, è riuscito a creare una coalizione politica che lo ha sostenuto nei suoi governi precedenti e, nel bene e nel male, sembra disposta a sostenerlo anche adesso. La sua pratica trasformista, criticata da alcuni suoi sodali, è stata etichettata “riformismo debole”, perché tende a evitare cambiamenti radicali, controversi o irrealizzabili, optando per quelli con realizzazione garantita. Lula può essere considerato un esempio da seguire per i leader populisti.

Ma in che modo il populismo latino-americano rappresenta un monito per i politici formati nella struttura partitica classica, che vogliono essere vincenti senza diventare populisti?

Attraverso due aspetti. In primo luogo rispettando i cittadini, sia nei loro bisogni materiali che nelle loro scelte morali e culturali. Fare sacrifici, affrontare periodi  difficili, può non essere facile, ma è possibile quando si crede nei leader, quando il singolo elettore si sente rispettato e crede di costruire un futuro migliore.

In secondo luogo, stando vicini alla gente. Per quanto razionale e impersonale sia la nostra società, le persone cercano, nei momenti difficili, un rapporto umano, uno sguardo empatico, una “amicizia sociale”, che mostri loro che non sono solo parti di una macchina sociale, ma soggetti di una nazione.

Coordinatore del Centro Fede e Cultura della Pontificia Università Cattolica di San Paolo

Francisco Borba Ribeiro Neto