Di fronte ai conflitti in corso ai suoi confini i leader europei si muovono a tentoni e in ordine sparso. Dalla "sovranità" europea, evocata appena qualche anno fa, alla marginalizzazione il passo è stato rapido e breve. Riportando il vecchio continente alla debolezza politica del secondo dopoguerra.

Macron che ipotizza l’invio di soldati francesi a fianco delle truppe ucraine è lo stesso che qualche giorno dopo invoca la “tregua olimpica” durante le Olimpiadi che si terranno in Francia nel cuore dell’estate. Con la sindaca di Parigi, Hidalgo, che in visita a Kiev asseconda gli ospiti ucraini e fa sapere agli atleti russi e bielorussi che la loro presenza non sarà gradita a Parigi. Nonostante le indicazioni del Comitato Olimpico Internazionale.
Macron ha provato a far passare la forzatura bellicista, che lo ha recentemente contagiato, sotto la dottrina appena coniata detta dell’Ambiguità strategica. Di strategico, secondo un ex primo ministro e celebrato ministro degli esteri (con Chirac) come Dominique de Villepin c’è nell’iniziativa di Macron soltanto “la confusione”. Provocata in patria e all’estero.
Il dubbio cartesiano, che ha fatto grande l’Europa, sostituito da incoerenza e cacofonia. Ne è sorprendentemente vittima il presidente francese, che durante il primo mandato indicava la rotta agli altri leader europei. Per una stagione ha rappresentato la stella polare per governi e cancellerie, mescolando lucidità e lungimiranza. Nel segno di un moderno dinamismo ma intenzionato a non farsi schiacciare dalla dittatura dell’immediatezza. Virtù che non gli è bastata per disinnescare l’interminabile guerriglia dei gilet gialli, quando sarebbe bastato un modesto investimento politico e finanziario a favore del contado in sofferenza. Sbaglio che ne ha ammaccato l’immagine vincente mettendo violentemente fine a una irripetibile congiuntura favorevole.
Oggi Macron vuole essere il più aggressivo degli avversari della Russia, dopo essere stato il più strenuo sostenitore del dialogo con Mosca. Giustamente Pascal Boniface, su queste colonne, ha scritto delle motivazioni di politica interna dietro il testa-coda dell’inquilino dell’Eliseo. Con un secondo mandato iniziato senza una vera maggioranza in parlamento, con due governi cambiati in meno di due anni, con linee guida contraddittorie rispetto ai princìpi della macronia enunciati giusto sette anni fa, Macron deve fronteggiare l’opposizione della destra radicale e quella della sinistra movimentista e comunista. Che in politica estera, vedi alla voce Ucraina, sono con il “vecchio” Macron e antitetiche a quello con l’elmetto di queste settimane. Il voto alle elezioni europee di giugno si preannuncia complicato per il comandante in capo francese.
E però lo scontro nel cortile di casa non può spiegare tutto. Perché caos e piroette sono lo spettacolo offerto anche sul palcoscenico politico tedesco. Dove il cancelliere del “no, no, no…” è diventato nel corso della guerra quello del “sì, sì, sì…” alle forniture letali a Kiev. Adesso Scholtz è di nuovo passato al “no”, per la consegna di missili a lunga gittata. Nel frattempo la coalizione che lo sostiene è in affanno, il parlamento in agitazione, i sondaggi a favore – anche in Germania – dell’estrema destra che nello stop alla guerra si salda con la sinistra radicale. Con molti socialdemocratici a disagio. Ancor più da quando l’esplosione del gasdotto North stream si è confermata frutto di un sabotaggio di matrice occidentale.
L’afasia imbarazzata e imbarazzante del governo su un evento cruciale per l’economia della Germania e per la sua stessa autonomia strategica è destinata a essere giudicata dagli elettori prima ancora che dalle commissioni d’inchiesta. In un clima di preoccupata sospensione che avvolge tutto e che tutti condiziona. In apnea, i leader dei paesi fondatori dell’Ue aspettano di capire se potranno sottrarsi alla spinta avventurista in cui sono impegnati a coinvolgerli i governi di quei paesi – Polonia, baltici, Gran Bretagna – che da un conflitto semi-totale con la Russia pensano di lucrare vantaggi. Per questo postpongono ogni decisione al dopo elezioni del 9 giugno, in attesa di rinviarle a dopo le presidenziali Usa di novembre.
Nella certezza che sarà comunque la Casa Bianca, con il nuovo o vecchio inquilino, a guidare ancora una volta la politica europea.
Nel frattempo si procede col pilota automatico. Nel frattempo si gioca a fraintendere il pensiero del Papa sul ricorso alla bandiera bianca. Nel frattempo si spera di evitare di precipitare nel baratro avanzando come sonnambuli, facendo finta di non sapere che ciascuno, con la propria inerzia, rischia di essere il sonnambulo.
La Storia dovrebbe insegnare, vedi alla voce 1914. Ma anche la cultura. “Pretendono che il mondo vada in pezzi quando riconoscono che la loro volontà è vana” scriveva nel 1880 Nietzsche, che citava Schopenhauer a sua volta citato da Mérimée. Rispettivamente un polacco-tedesco, un tedesco di origine polacca e un francese alle prese con il male del secolo: il nichilismo europeo.

Senior correspondant

Alessandro Cassieri