Europa al bivio dopo il voto

Dalle urne emerge un crescente desiderio di nazione tra i cittadini europei. L'Europa percepita come incapace di risolvere gli interessi dei singoli Stati. Aumenta l'appeal della dimensione nazionale della governance. Il rischio del muro contro muro

Le recenti elezioni europee hanno determinato alcuni mutamenti di tendenza nel pensiero dell’opinione pubblica. Ciò determinerà le nuove basi di partenza per gli sviluppi futuri delle istituzioni comunitarie, che rimangono alla ricerca di nuove strategie, di nuovi piani e di nuovi obiettivi. Se, da una parte, il voto espresso all’inizio di giugno 2024 indica in modo piuttosto evidente un progresso delle idee di stampo sovranista, vi è che, d’altra parte, il processo di integrazione dovrà proseguire negli anni a venire, pur con alcune possibili correzioni di fondo.
Dopo settantaquattro anni di progressivo trasferimento di sovranità da parte dei paesi membri alle istituzioni comunitarie molti cittadini europei hanno voluto dare un’indicazione sensibilmente diversa: invece di proseguire a trasferire sovranità agli organi dell’Unione Europea si richiama l’attenzione alla necessità di recuperare parzialmente tale sovranità per consentire alle amministrazioni statali di gestire in modo diretto i problemi a livello locale, problemi suscettibili di minacciare la protezione e la conservazione dell’identità culturale e religiosa a livello nazionale. È pur vero che la consistente immigrazione che si è prodotta verso l’Europa nel corso degli ultimi quindici anni ha contribuito in modo sostanziale a creare timori più o meno diffusi in relazione alla tutela e alla conservazione dell’identità nazionale dei Paesi europei, Paesi che, forse più di molti altri, custodiscono preziosi retaggi storici, artistici e culturali. È in corso, in altri termini, una rivoluzione del pensiero.
Fin dal secondo dopoguerra, dopo le distruzioni materiali e morali che fecero seguito al conflitto, l’Europa seguì uno sviluppo bipolare, in ragione della presenza politica e militare delle due superpotenze che dominarono i processi di pace. Il modello capitalista basato su libertà, democrazia ed economia di mercato si andò affermando nella parte occidentale del continente, mentre il modello socialista basato su un’economia collettivizzata e pianificata si andò espandendo nella parte centro-orientale del continente. I due modelli di sviluppo si misurarono su canali antagonisti e paralleli nel corso di quasi cinquant’anni.
Quando crollò in Europa il sistema del socialismo reale, nel 1989-1991, si pensò che il modello capitalista fosse ormai l’unico possibile, quello che potesse condurre in modo sicuro la globalizzazione dell’economia e degli scambi. Ma l’egemonia del mondo capitalista, in particolare dell’Occidente, non durò a lungo. Sia lo spartiacque generato dagli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, sia le successive crisi di natura regionale (Irak, Afghanistan, Primavere Arabe, Venezuela, Corea del Nord, Nagorno-Karaback, Iran, Ucraina, Medio Oriente…), sia la crisi finanziaria del 2008, sia la pandemia di Coronavirus del 2020-2022 avrebbero provocato il declino del modello capitalista occidentale, aprendo la porta ad un nuovo modello multipolare, in cui la grande avanzata della Repubblica Popolare Cinese avrebbe avuto un ruolo crescente.
In Europa, ora, riemerge il senso di Nazione, quel concetto romantico che nacque all’indomani della Rivoluzione Francese e che si sviluppò durante il XIX secolo, alimentando le passioni dei popoli europei verso la loro indipendenza. È pur vero che, nel corso del Novecento, la crescita del senso di Nazione avrebbe portato a devastanti eccessi, sia nel campo del nazionalismo, sia, soprattutto, in quello del razzismo. Pare che, ora, i tempi siano maturi per un risveglio del concetto di Nazione, che sia mantenuto in sicure dimensioni di pace e di rispetto per gli altri popoli, un senso di Nazione, in altri termini, che sia orientato esclusivamente verso la pacifica protezione dell’identità nazionale. La tendenza al recupero parziale della sovranità nazionale, pertanto, non sarebbe dovuta a sentimenti fondamentalmente antieuropei, bensì all’imperiosa necessità di intervenire per evitare che una indiscriminata integrazione europea conduca alla scomparsa dei valori nazionali, considerati un valore da proteggere e da perpetuare verso il futuro. L’antico concetto di “Europa delle Patrie”, che la politica di De Gaulle interpretò più di sessant’anni or sono, sembra riemergere in alcune aree dell’Europa e sembra presentare un aspetto certamente innovativo e degno di attenzione.
Il processo di integrazione europeo, nondimeno, dovrà proseguire negli anni a venire, pur con alcune possibili correzioni di fondo. Non è pensabile immaginare che un euroscetticismo di fondo possa sabotare o rovesciare quanto fatto e conquistato dal 1950 ad oggi. L’Europa integrata è una realtà incontrovertibile, un’organizzazione che, in ragione dei valori comuni, ha prodotto innumerevoli vantaggi ai popoli dei paesi membri: il mercato comune, la liberalizzazione degli scambi, l’armonizzazione fiscale e normativa, l’eliminazione dei controlli alle frontiere, la moneta unica, la capacità negoziale come comunità integrata, tutto indica che il cammino fin qui compiuto sia prezioso, soprattutto alla luce della competizione fra grandi blocchi a livello mondiale.
Ma l’Europa non avrà un futuro se coloro che saranno chiamati a gestirla saranno ispirati da sentimenti di rigido settarismo e di esclusione. Già da ora si leggono, soprattutto da parte dei movimenti di ispirazione socialista e socialdemocratica, proposte che tendono a creare un grande gruppo con i popolari per isolare ed escludere i movimenti di ispirazione sovranista, nel nome della salvezza dell’Europa. Non vi sarebbe errore più grande che quello di ignorare (e quindi di offendere!) coloro che sono stati interpreti di idee nuove, sostenute dal voto popolare e certamente degne di rispetto e di attenzione. È nel segno stesso della democrazia saper rispettare coloro che incarnano idee diverse ed è nel segno del buon senso e della maturità politica saper coinvolgere gli altri alla ricerca di un accettabile compromesso, dimostrando di tener conto e di onorare anche le loro sensibilità. Si vedrà ora se condotte irrazionali saranno tali da provocare nuovi pericolosi fossati, oppure se prevarrà il buon senso, alla ricerca di una soluzione politica degna del futuro che l’Europa fondamentalmente merita.

Docente di Storia dell’Integrazione Europea Università degli Studi di Udine (Italia)

Stefano Pilotto