La leva economica e quella finanziaria non sembrano più sufficienti per mantenere la leadership mondiale. I conflitti in Ucraina e Medio Oriente stanno accelerando le tendenze centrifughe.

“Oggi non c’è un’alternativa al sistema basato sul dollaro e sull’euro. Ma abbiamo visto che questo sistema ha dei difetti. Non è qualcosa che avverrà rapidamente, ma la de-dollarizzazione è un processo avviato e destinato a realizzarsi in futuro”. Parole del capo del Cremlino. Di questi giorni? No, era luglio del 2009 e il presidente della Russia si diceva convinto che una revisione degli accordi di Bretton Woods del 1944 fosse inevitabile. Di fronte alla crisi economica internazionale, che in quell’annus horribilis si era presentata in tutta la sua tossicità, il capo del Cremlino rivendicava pari dignità nella riforma della struttura economica mondiale. “Ci vuole una nuova architettura finanziaria mondiale, dobbiamo riformare il sistema a cominciare da strutture come il Fondo monetario e la Banca mondiale”. A quel punto la Russia, questo il sottotesto, sarebbe stata dalla parte dei paesi emergenti.

Il capo del Cremlino in quella fase era Dmitri Medvedev e la sua affermazione, alla viglia del G8 che si sarebbe tenuto nei giorni successivi in Italia, venne accolta con rispetto e attenzione. Del resto Medvedev godeva di apprezzamento e considerazione anche da parte dell’establishment americano, a cominciare dal presidente Obama con il quale, l’anno successivo, avrebbe siglato accordi importanti come il nuovo trattato Start sulla riduzione degli arsenali nucleari.

Quindici anni dopo, in un contesto di relazioni bilaterali Usa-Russia degradate e di rapporti internazionali generalmente tesi, la de-dollarizzazione torna in primo piano. Sovente citato come strumento di guerra ibrida utilizzato da Mosca in risposta alle sanzioni occidentali, è in realtà un fenomeno non solo di origini lontane ma anche di portata più vasta.

Nel 2009, in piena globalizzazione, l’idea di valute alternative nelle transazioni commerciali tra paesi e potenze in buoni rapporti diplomatici era frutto, da parte della Cina, di una intenzione prevalentemente economica: affiancare dove possibile lo yuan o il rublo, o altre monete di caratura regionale, all’uso del dollaro per limitare l’handycap delle altre economie nei confronti di quella americana. La quale, secondo un liberista convinto come l’ex presidente francese Giscard d’Estaing, che era stato il ministro della finanze di De Gaulle, poteva far leva su quello che definiva un “privilegio esorbitante”. In pratica, con il dollaro valuta di riferimento, e sostanzialmente egemone, gli Stati Uniti non erano sottoposti al rigore di bilancio che condizionava il resto del mondo.

A distanza di una sessantina d’anni da quella constatazione è “il resto del mondo” che ha deciso di agire. La polarizzazione seguita alla guerra in Ucraina – vista da Occidente come opportunità per regolare i conti con la Russia e dalla Russia come pretesto per metterla in ginocchio –  ha costituito l’acceleratore di un processo già in corso. Cinque anni prima del conflitto, ad esempio, Pechino e Mosca avevano già predisposto un circuito interbancario alternativo allo Swift.

Ma adesso, insieme a Cina e Russia, sono decine i paesi ansiosi di partecipare a quello che oltre Atlantico si stigmatizza come “sfida al sistema finanziario internazionale dominato dagli Stati Uniti”. Il Washington Post la settimana scorsa ha pubblicato documenti che confermerebbero la dinamica in atto. “La Russia proietta fiducia mentre persegue alleanze per indebolire l’Occidente” il titolo. Nell’articolo di Catherine Belton si parte dai due maggiori conflitti in corso. La Russia, respingendo la controffensiva ucraina sostenuta dall’Occidente, ha accresciuto la sua credibilità nei paesi non coinvolti nello scontro. Gli Stati Uniti, sostenendo l’invasione di Gaza da parte di Israele, hanno danneggiato la propria posizione in molte aree del mondo. “La convergenza degli eventi ha portato a un’ondata di ottimismo riguardo alla posizione globale della Russia”.

Risultato paradossale, viste le premesse su cui hanno puntato Washington e Bruxelles. Risultato che ha buone possibilità di consegnare il mondo a una dimensione nuova e imprevista: una globalizzazione spaccata a metà. Ovvero due semi-globalizzazioni destinate a ruotare intorno a insiemi geopolitici più omogenei – o meno incoerenti – in termini di priorità e valori. Un passo avanti per gli emergenti, mezzo campo di gioco in meno per noi occidentali.

 

 

Senior correspondant

Alessandro Cassieri