La scommessa degli Houthi

Gli alleati sciiti dell'Iran dopo dieci anni di guerra in Yemen alzano la posta nel Mar Rosso in una sfida ad alto rischio. Nel mirino non solo Israele e Stati Uniti, per vendicare Gaza, ma il nemico più odiato: l'Arabia Saudita

L’escalation nel Mar Rosso tra la coalizione internazionale guidata dagli Usa e gli Houthi yemeniti non è una sorpresa. Gli Houthi sono lì da un pezzo. Li chiamano “ribelli” ma occupano la capitale Sanaa e il Nord dello Yemen da quasi dieci anni: alleati dell’Iran, come Hezbollah, come Hamas, come il regime siriano di Assad e le milizie sciite irachene. Minacciando la navigazione dallo stretto di Bab el Mandeb fino a Suez sono il nuovo “nemico perfetto” degli Usa e dell’Occidente. Tutto questo senza averci mai parlato o negoziato e preso in considerazione le loro istanze. Non volevamo la guerra allargata in Medio Oriente ma stiamo contribuendo a un altro conflitto senza avere tentato di evitarlo.

Perché gli Houthi sono intervenuti in Mar Rosso? Minacciano di colpire le navi dirette in Israele e hanno anche lanciato attacchi missilistici contro il porto ebraico di Eilat, così come nel 2019 avevano bersagliato gli impianti petroliferi sauditi. La mancata reazione americana a protezione del regno wahabita allora fu uno dei grandi motivi di dissenso tra Washington e Riad, che pure dalla guerra aperta agli Houthi, lanciata nel 2015, è uscita pesantemente sconfitta. Un fallimento, visto che Riad e gli Emirati avevano assoldato decine di migliaia di mercenari reclutati persino nella lontana America Latina per battere i ribelli.

In realtà se da una parte gli Houthi oggi intendono colpire le navi dirette nei porti ebraici, dall’altra forse il vero motivo è che intendono tenere in scacco l’Arabia saudita e la comunità internazionale. Per mostrare la loro influenza militare e ottenere in futuro un riconoscimento politico internazionale che finora non è mai arrivato.

Ma chi sono gli Houthi? Nel dicembre del 2009 credo di essere stato uno dei primi giornalisti a vederli da vicino. La guerra contro il regime del presidente Saleh – poi ucciso dagli stessi Houthi nel 2017 in un tentativo di fuga da Sanaa – era già in corso e i sauditi pagavano i soldati yemeniti appoggiandoli anche con l’aviazione. Eccoli come mi apparvero allora. Erano una trentina, appostati sulla strada per Sada, la roccaforte storica di Ad Harf Surfian, sullo sfondo di montagne con rocce nere e taglienti che preludono alla frontiera saudita. Si mostrarono mentre ripiegavano nelle ultime sacche di resistenza, braccati dai soldati ma anche dalle milizie delle tribù fedeli al presidente. Un portavoce disse che avrebbero ripreso la città “molto presto” mentre “altri gruppi di guerriglieri – affermava – erano lanciati nel distretto di Jawf per attaccare i sauditi al confine”.

Indeboliti e stanchi, gli Houthi di Harf Surfian non portavano però segni evidenti della battaglia, come se fossero usciti ancora indenni da questi santuari di roccia scura, crateri e fortificazioni millenarie che conoscevano alla perfezione, e dove applicavano la tattica del “mordi e fuggi”. Armi allora ne avevano poche. Portavano a tracolla gli Ak 47, con bandoliere colorate e giberne militari. Ma niente ordigni pesanti, soltanto qualche lanciagranata Rpg appoggiata sul cassone dei pick up Toyota. Quasi tutti indossavano le kefiah a scacchi che incorniciavano volti duri, provati, di gente che dimostrava molti più anni di quelli reali. Tra loro combattenti esperti ma anche ragazzi di 14-15 anni e forse meno.

Gli Houthi, secondo molti osservatori, già allora combattevano per Teheran una sorta di guerra per procura. Eppure – fu quello che mi spinse ad attraversare lo Yemen – nessuno si interessava a loro. La questione Houthi è un’altra delle grandi sottovalutazioni dei conflitti contemporanei. Gli Houthi appartengono alla minoranza zaydita e furono anche manovrati per contrastare l’ascesa dei predicatori wahabiti appoggiati dai sauditi. Poi, quando ebbero acquisito un certo potere rivendicativo, si ribellarono facendo adepti nelle regioni del Nord più tradizionalista, dove ancora oggi non digeriscono la rivoluzione del ‘62 che abbatté l’imamato millenario. Il clan famigliare degli Houthi se ne sente in qualche modo l’erede, rivendicando come Seyyed (i religiosi che portano il turbante nero) una discendenza diretta da Maometto.

Il conflitto locale aperto dagli Houthi ha dunque una dimensione religiosa, culturale, geopolitica e territoriale. Ma da isolato che era qualche decennio fa si è trasformato in una crisi internazionale collegata ad altri problemi regionali e ora infiammata dalla guerra a Gaza.

Nata all’inizio degli anni ’90, la ribellione rimane uno degli elementi chiave dell’evoluzione della situazione yemenita. Gli insorti hanno rappresentato il principale avversario delle forze governative sostenute da Arabia saudita ed Emirati arabi uniti. Di natura tribale e regionale, il movimento Houthi ha a lungo giustificato la propria ribellione con il desiderio di porre fine alla marginalizzazione dello Yemen nord-occidentale. A questo si aggiunge la difesa della minoranza religiosa che intendono rappresentare, lo zaydismo, una corrente spesso inclusa nello sciismo ma che alcuni islamologi ritengono più vicina al sunnismo, al punto da farne il suo quinto ramo giuridico e dottrinario. La loro è stata un’avanzata anche violenta, spesso rivolta in maniera indiscriminata contro i civili. E alla coalizione guidata da Riad, gli Houthi hanno opposto l’implacabile logica della ritorsione, non esitando a utilizzare bambini-soldato e a ricorrere al terrore per mettere a tacere ogni voce dissenziente, compresa quella dei giornalisti, nei territori da loro amministrati.

Qual è la possibile evoluzione di questo conflitto nel Mar Rosso? Gli Houthi sfruttano la guerra Hamas-Israele per tenere sotto scacco soprattutto l’Arabia Saudita. Gli attacchi nel Mar Rosso mettono infatti Riad in una posizione scomoda, proprio mentre sta negoziando con gli Houthi per il cessate il fuoco. Riavvicinandosi all’Iran con la mediazione cinese (i pasdaran armano e addestrano gli Houthi), i sauditi speravano di raggiungere un compromesso.
Ma ora prevale la logica delle armi e i sauditi con l’attacco americano temono, come molti altri Stati della regione, una guerra maggiore e senza freni

 

 

Senior correspondent

Alberto Negri