Di fronte all'intransigenza del premier israeliano Washington non mette il veto e l'Onu approva la risoluzione che impone l'immediato cessate il fuoco a Gaza. Netanyahu accusa Biden di tradimento. Ma anche Trump prende le distanze

Con grave ritardo, spiegabile solo con la tradizionale tendenza della politica estera americana nella regione, Washington ha alla fine alzato la voce nei confronti di Netanyahu. All’Onu e nelle segrete stanze dei rapporti bilaterali con Tel Aviv. A quasi sei mesi dai micidiali attacchi portati da Hamas il 7 ottobre scorso, e dalla brutale campagna militare che ne è seguita, la Casa Bianca ha realizzato che la principale minaccia per la rielezione di Biden è rappresentata da un conflitto che disturba l’elettorato. Quello democratico, ma non soltanto quello.
Anche per Trump la rappresaglia per le azioni terroristiche di Hamas, con immagini scioccanti della sofferenza e della morte di migliaia di bambini palestinesi, costituisce un piatto poco digeribile per gli americani. Se n’è accorto, il tycoon che punta a tornare al vertice del potere, e a modo suo ha lanciato un messaggio, forte: “Mettete fine alla vostra guerra”, ha esortato in una intervista esclusiva al giornale conservatore israeliano “IsraelHayom”. Una presa di distanza spiegata in maniera ruvida, nello stile trumpiano, rivolgendosi direttamente allo stato ebraico: “Israele devi stare molto attento, perché stai perdendo gran parte del mondo, stai perdendo molto sostegno”. L’invito è a concludere rapidamente l’operazione militare e ad arrivare “alla pace” che porti “a una vita normale per Israele e per tutti gli altri”.
Trump, artefice degli accordi di Abramo che avevano messo su un binario morto la Causa palestinese, non dice quale sarebbe il suo piano per la regione se dovesse vincere le presidenziali. Ma a questo punto una cosa è certa: Washington, in tutte le sue più rilevanti sfaccettature politiche e elettorali, considera Natanyahu una mina vagante. Il premier ostico per Obama, abbracciato fin qui da Biden e sopportato da Trump costituisce ora il problema per ogni road map che porti il Medio Oriente fuori dalla pericolosa dinamica incendiaria in cui la politica del pugno di ferro di “Bibi”, la deriva integralista del suo governo e l’arroganza dei coloni lo hanno precipitato. Cisgiordania, Hebollah, Libano, Iran, Houthi, navigazione commerciale, prezzo del petrolio… le tessere che Netanyahu ha innescato rischiano di comporre un puzzle altamente sconveniente per gli interessi degli Stati Uniti.
Il segnale di questa settimana è stato inequivocabile. Per la prima volta gli Usa non hanno posto il veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu, consentendo l’approvazione della risoluzione che impone un cessate il fuoco “durevole e sostenibile” (la Russia aveva chiesto che fosse “permanente”) che preluda al rilascio di tutti gli ostaggi e il via libera agli aiuti umanitari nella Striscia di Gaza.
Una risoluzione che finora si era sempre scontrata contro il veto di Washington, artefice adesso di una virata che ha provocato la reazione furibonda di Netanyahu. Il “comandante in capo” israeliano si è scagliato contro gli Stati Uniti per l’astensione al Consiglio di sicurezza, bollato come “ritiro” dalle precedenti posizioni statunitensi. Una mossa che per il premier israeliano “danneggia lo sforzo bellico” e “lo sforzo per liberare gli ostaggi”. Netanyahu è andato anche oltre, decidendo di bloccare gli incontri che la delegazione israeliana aveva in corso a Washington.
Il passo della Casa Bianca arriva del resto dopo una raffica di missioni condotte dai massimi funzionari americani – Blinken, Austin, il capo della CIA Burns – rimaste senza seguito per l’intransigenza di Netanyahu, che vede nella prosecuzione della guerra o in una sua conclusione vittoriosa l’unica possibilità per evitare un’uscita di scena brutale.
Biden aveva chiesto piani alternativi all’offensiva pianificata contro Rafah, dove più di un milione di persone hanno cercato rifugio, un’offensiva che secondo gli esperti militari americani causerebbe un disastro umanitario. Netanyahu si è opposto e ha dovuto subire lo smarcamento dello storico alleato. Proprio quando i media americani hanno rinvenuto testimonianze che riducono il numero dei casi di violenze perpetrate dai terroristi di Hamas nei confronti delle donne israeliane durante gli assalti del 7 ottobre. E in contemporanea con il rapporto del relatore speciale dell’Onu per i Territori palestinesi che ha accusato Israele di agire con modalità che sembrano tradire una volontà di “pulizia etnica”.

Senior correspondant

Alessandro Cassieri