Guida ai problemi dell’economia internazionale

Un articolo di: Riccardo Fallico

L’impiego del carbone, sebbene non in quantità massicce, iniziò ai tempi dell’impero romano in Europa e ai tempi dell’antica Cina in Asia. Il suo ruolo divenne fondamentale durante la prima rivoluzione industriale, tra il 19° e il 20° secolo, quando iniziò ad essere impiegato per far funzionare i motori a vapore, per produrre energia elettrica e appunto per riscaldare le abitazioni. I suoi vantaggi rispetto alla combustione di legname risiedono nella sua maggiore energia specifica: a parità di quantità di materiale impiegate, il carbone è in grado di sprigionare più energia del legno.

Il braccio di ferro tra carbone, petrolio e gas

Il ruolo del carbone nel mix energetico è stato poi ridimensionato quando petrolio e gas, a loro volta con energia specifica maggiore, hanno cominciato ad essere estratti e sfruttati su larga scala.
Il carbone ha sempre sollevato critiche legate ai problemi ambientali derivanti dal suo impiego. Infatti in termini di emissioni è il combustibile fossile a più alta intensità di carbonio che possiamo bruciare. La percezione del carbone, però, è sempre stata condizionata non solo dalle sue caratteristiche chimico-fisiche, ma anche dai rischi e dai problemi legati alla sua estrazione. Secondo una statistica del U.S. Mine Safety and Health Administration, nonostante le operazioni di estrazione nelle miniere di carbone siano solo leggermente più pericolose delle operazioni nelle cave di altri materiali, la fatalità degli incidenti è molto maggiore. Il peggior incidente mai avvenuto è quello di Benxihu Colliery e si è verificato in Cina nel 1942, quando morirono 1540 minatori. L’ultimo in ordine temporale è avvenuto in Kazakhstan nell’ottobre del 2023 in una miniera della società Arcelor Mittal, dove sono morti 42 minatori. Uno studio del Centers for Disease Control and Prevention, un’agenzia del Dipartimento della Salute degli Stati Uniti, ha messo in evidenza che la fatalità delle operazioni di estrazione di carbone tutt’oggi rimane elevata a causa delle polveri inalate dai minatori, le quali portano malattie polmonari che possono rivelarsi mortali.

Il carbone rimane ancora un’importante fonte per la produzione di energia

Nonostante tutti questi lati “oscuri”, il carbone rimane ancora oggi un’importante fonte per la produzione di energia. Il suo peso nel mix energetico globale nel 2022 era ancora circa del 27%, dietro solo al petrolio. Sempre nel 2022 il carbone è stato la fonte principale, circa il 35% del totale, per la produzione mondiale di elettricità. Nonostante ciò, le ultime stime dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) prevedono un netto declino nell’impiego degli idrocarburi a partire dal 2030, dovuto all’entrata in vigore delle politiche ambientali promulgate per tagliare le emissioni di carbonio. Si stima, che per l’industria del carbone queste spinte ambientaliste potrebbero portare alla perdita di un milione di posti di lavoro a livello globale entro il 2050. Secondo il think tank statunitense Global Energy Monitor l’industria del carbone, tra progetti attualmente attivi e pianificati, potrebbe arrivare ad impiegare un totale di 2,7 milioni di persone, ma di queste, da qui fino al 2035, 400 mila persone rischiano di essere lasciate senza impiego vista la programmata cessazione di attività di alcune miniere. Nel caso, poi, che i piani di abbandono graduale del carbone entro il 2050 fossero pienamente realizzati il settore potrebbe avere bisogno solamente di 250 mila minatori per continuare ad operare.

Dopo la pandemia del COVID-19 nel 2020 il consumo di carbone ha toccato i massimi storici

Nel recente passato gli idrocarburi, tuttavia, hanno mostrato una certa resilienza alle spinte verdi dei governi, tanto che, secondo i dati del Statistical Review of World Energy redatto dall’Energy Institute, il consumo di carbone nel 2022, dopo il crollo conseguente alla pandemia del COVID-19 nel 2020, è arrivato a toccare i massimi storici di 8,3 miliardi di tonnellate, superando addirittura i valori del 2014. L’aumento dei consumi registrati a fine del 2022 ha inoltre incentivato nuovi investimenti in progetti per l’aumento della produzione e delle forniture: per il 2023 l’IEA prevede un aumento del 10% di investimenti rispetto ai 135 miliardi di dollari spesi nel 2022. Il 90% dei nuovi investimenti sarà effettuato in Asia, soprattutto in Cina e in India, i due maggiori produttori al mondo. È interessante notare che la Cina da sola produce più del 50% del carbone a livello globale, con le altre nazioni che non arrivano a produrre più del 10%. L’Indonesia è la terza nazione per produzione e nel novembre di quest’anno, secondo quanto riportato da Reuters, ha registrato un balzo delle esportazioni dell’11%, tanto da spingerla al primo posto tra gli esportatori di carbone. Le strategie indonesiane di crescita dell’industria del carbone sono state oggetto di forti critiche da parte dei gruppi ambientalisti, che a settembre avevano criticato la Banca Mondiale (WB) per i finanziamenti stanziati al governo indonesiano destinati al supporto finanziario di due centrali a carbone del paese. Stati Uniti e Australia, primo esportatore nel 2022, seguono l’Indonesia come maggiori produttori di carbone al mondo. E se da una parte queste due nazioni sono allineate con gli obiettivi per la lotta al tagli delle emissioni da combustione di carbone, non ci sono nette prese di posizione per quello che riguarda possibili tagli alla produzione. Gli USA hanno già da tempo dichiarato di voler abbandonare gradualmente l’utilizzo di idrocarburi, ma solo a dicembre del 2023 John Kerry, inviato speciale del presidente per i problemi riguardanti il clima e le emergenze climatiche, ha dichiarato che gli Stati Uniti aderiranno a livello governativo al piano del Powering Past Coal Alliance per abbandonare gradualmente l’utilizzo di carbone entro il 2035. Il governo australiano, da parte sua, ad aprile del 2023 ha chiuso la più vecchia centrale a carbone statale del paese e ha dichiarato di aver elaborato un piano per eliminare del tutto la generazione di energia da carbone entro il 2035. Per quanto l’Europa, Polonia e Germania sono i maggiori produttori del continente, ma a livello mondiale registrano una produzione del tutto marginale. Nel 2022 il carbone prodotto da entrambi i paesi era inferiore al’2% del totale mondiale.

L’Asia domina i consumi di carbone

Anche dal punto di vista della domanda vediamo un netto sbilanciamento dei consumi in Asia: Cina e India infatti nel 2022 si confermavano il primo e il secondo paese al mondo per consumi di carbone, seguiti da Stati Unit e Indonesia. In Europa sempre Germania e Polonia hanno fatto registrare le domande più elevate. Secondo i dati del 2022 dell’Energy Information Administration (EIA), negli Stati Uniti la produzione di energia da carbone pesa ancora per il 10% del totale, mentre tutte le fonti rinnovabili pesano solo poco di più, il 13%. In Europa, sempre per quanto riguarda il 2022, il peso del carbone era anche maggiore, dal momento che nel mix energetico europeo arriva addirittura a toccare un 20% per la produzione di elettricità. Nel 2023 il consumo di carbone per la generazione di elettricità è, inoltre, aumentato del 9% rispetto all’anno precedente, nonostante tutte le politiche attuate per aumentare a 42,5% la quota di produzione di energia da rinnovabili entro il 2030 e per tagliare le emissioni di anidride carbonica di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990. Sempre secondo le stime dell’IEA la domanda di carbone nel 2023 farà registrare un nuovo record di 8,5 miliardi di tonnellate e rimarrà stabilmente al di sopra degli 8 miliardi di tonnellate fino al 2026. Queste previsioni sono supportate da un altro report dell’IEA che dichiara come gli investimenti per l’aumento di capacità di generazione da energie rinnovabili non siano sufficienti per combattere i cambiamenti climatici. Secondo l’agenzia è necessario concentrarsi maggiormente sullo sviluppo di nuove tecnologie per il taglio delle emissioni del carbone per riuscire a raggiungere i target di emissioni nette zero entro il 2050.

L’Europa e il carbone: l’esempio della Polonia

L’Asia è ovviamente l’area geografica più interessata, dal momento che in questa regione operano le centrali a carbone con maggiore capacità produttiva.  Le nazioni con le maggiori capacità di generazione di energia da carbone sono, infatti, Cina e India, seguite da Stati Uniti. È necessario sottolineare che la Cina ha una capacità addirittura cinque volta superiore a quelle di India e Stati Uniti. Il gap tra questi paesi e il resto del mondo è anch’esso molto elevato, dal momento che il Giappone, quarto al mondo per capacità installata, ha un quinto della capacità di generazione delle centrali a carbone degli Stati Uniti. Per quanto riguarda l’Europa, le centrali a carbone sono concentrate maggiormente tra Germania e Polonia, per le quali il carbone rimane ancora una risorsa molto importante nel mix energetico, soprattutto per la generazione di energia elettrica. A seguito delle sanzioni contro la Russia e degli attacchi terroristici ai gasdotti del Nord Stream, la Germania ha dovuto rivedere i suoi piani di sicurezza energetica e nell’ottobre del 2023 ha dichiarato che per far fronte ai possibili picchi di domanda di energia nel periodo invernale avrebbe rimesso in funzione le proprie centrali a carbone. Anche la Polonia si trova in una situazione abbastanza complicata, dal momento che il 70% dell’elettricità è prodotto proprio dalle centrali a carbone. A causa di questa forte dipendenza, nel giugno del 2023, il dibattito sul prolungamento dei sussidi all’industria del carbone accesosi all’interno dell’Unione Europea aveva portato ad una divisione sulle strategie energetiche comuni da perseguire.

È ancora molto difficile sostituire il carbone con le fonti “verdi” di energia

Nonostante tutti i lodevoli progetti di lotta ai cambiamenti climatici e ai tagli di emissioni di carbonio, ciò che tendiamo spesso a tralasciare e/o dimenticare è che i sistemi economico e sociale globali si basano su forniture di energia costanti, affidabili e a prezzi quanto più contenuti possibile. Se una di queste tre condizioni viene a mancare, “automaticamente” si predilige un’altra fonte di energia in grado di soddisfare i requisiti necessari. Visto il contesto economico e geopolitico attuale, il carbone non sembra facilmente sostituibile nel mix energetico mondiale, poiché funge anche da fonte sostitutiva “provvisoria” del gas russo, che è stato tolto dal mercato a causa delle sanzioni. Un’ulteriore fattore di questo scenario è l’andamento del prezzo dello stesso carbone, che oggi è circa tre volte superiore rispetto a quattro anni fa. Si è passati, infatti, dai 46 dollari per tonnellata prima dell’inizio della pandemia al massimo storico di 425 dollari, toccato nel marzo del 2022, per poi scendere nuovamente fino ai 120 dollari circa di dicembre 2023.

Il futuro del carbone

Il futuro del carbone rimane comunque legato alle decisioni in materia di politica energetica ed ambientale delle varie nazioni. Nel continente asiatico si prevede un’ulteriore crescita del settore del carbone, non solo per la produzione di elettricità, vista l’incapacità delle fonti rinnovabili di produrre le quantità sufficienti di energia per mantenere uno sviluppo economico intorno al 4% per il biennio a venire, ma anche per sostenere i fabbisogni di riscaldamento di popolazioni molto numerose a costi contenuti. I paesi asiatici, inoltre, sembrano aver iniziato a vivere una trasformazione tecnologica, che sta permettendo di produrre energia più pulita, nonostante i quantitativi di emissioni da carbone stiano aumentando. In occidente, dove le emissioni “pro capite” sono ancora più alte che nelle altre aree del mondo, invece, le previsioni parlano di un futuro dove il carbone avrà un ruolo sempre più marginale nel mix energetico viste le previsioni di un massiccio aumento della capacità di generazione di energia da fonti rinnovabili. Ciononostante, le promesse politiche di un futuro verde non possono non tenere conto dei reali fabbisogni energetici e delle politiche in materia di sicurezza energetica. Basti pensare alla Germania, che dovendo sostituire le forniture di gas russo, è stata costretta a rivedere i suoi piani energetici nazionali e oggi si trova a dipendere ancora di più dal carbone, che nell’ottobre del 2022 il governo tedesco aveva approvato di abbandonare anticipatamente entro il 2030.

Economista

Riccardo Fallico