Guida ai problemi dell’economia internazionale

Un articolo di: Riccardo Fallico

Se non ci riappropriamo del concetto di scarsità energetica non saremo in grado di sopravvivere in un mondo alimentato solo da energie rinnovabili. I piani di transizione energetica non possono non tenere in considerazione che, per far fronte ai nostri fabbisogni, i combustibili fossili devono avere un ruolo nel mix energetico futuro.

Alla COP28, la Conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite a Dubai (30 novembre – 12 dicembre 2023), nonostante le dichiarazioni del padrone di casa Ahmed Al Jaber, sultano degli Emirati Arabi Uniti, che “non ci sono basi scientifiche a supporto della teoria che eliminando i combustibili fossili si possa mitigare il riscaldamento globale”, la discussione verte sugli investimenti necessari per l’eliminazione graduale dei veicoli a benzina e delle centrali a combustibili fossili. Bisogna sottolineare, che già oltre 100 Paesi hanno assunto l’impegno di triplicare la capacità di generazione di energia da fonti rinnovabili entro il 2030. Allo stesso tempo 22 Nazioni hanno dichiarato le loro intenzioni di triplicare la propria capacità di generazione da fonte nucleare entro il 2050.

Stati Uniti e Europa avanzano delle proposte di finanziamento delle politiche “verdi”

Stati Uniti e Europa hanno già avanzato delle proposte concrete di finanziamento delle politiche verdi, mirate a tagliare le emissioni nette di anidride carbonica a zero entro il 2050.

Negli USA, il presidente, Joe Biden, ha fatto della lotta ai cambiamenti climatici una delle basi su cui si fonda il suo mandato. Nel periodo 2021-2022 sono state presentate al senato due leggi: Infrastructure Investment and Jobs Act, entrata in vigore nel novembre del 2021, e Build Back Better Act, che, vista la forte opposizione incontrata al senato, non fu approvata. Nel 2022, inoltre, al fine di combattere l’inflazione galoppante, il presidente firmò la legge federale sulla lotta all’inflazione, Inflation Reduction Act, che prevedeva tagli al deficit nazionale, investimenti in progetti sul territorio nazionale per la produzione di energia pulita e per contrastare i cambiamenti climatici. Secondo i dati del Joint Committee on Taxation (JCT), tra il 2023 e il 2033 sono previsti un totale di 783 miliardi di dollari in investimenti, di cui 663 miliardi di dollari sotto forma di crediti fiscali e 27 miliardi di dollari per l’istituzione di un fondo, destinato al finanziamento diretto di progetti o tecnologie per la riduzione o l’eliminazione di inquinamento da anidride carbonica o altri gas serra. Un report del 2022 di Credit Suisse avanzava delle proiezioni, secondo le quali, l’Inflation Reduction Act potesse superare gli 800 miliardi di spesa. Goldman Sachs prevedeva una spesa totale da parte del governo statunitense di addirittura 1,4 trilioni di dollari. Secondo uno studio del 2023 dell’università di Wharton, la più antica business school del mondo, fondata nel 1881, l’esborso sarebbe ammontato a 1,045 trilioni di dollari, mentre più recentemente uno studio del Brookings Institution, un think tank concentrato principalmente sulle ricerche economiche, ha fornito una stima di circa 900 miliardi di dollari di spesa complessiva.

L’Europa promuove “European Green Deal”

Anche nel Vecchio Continente, per non soccombere alla concorrenza in materia di energia made in USA dell’Inflation Reduction Act, è stato redatto un progetto massiccio di finanziamento delle fonti energetiche a emissioni zero sotto il nome di European Green Deal (EGD). Gli obiettivi principali dell’EGD sono la crescita economica non legata alle fonti energetiche utilizzate e una equità economico-sociale, secondo la quale tutti i cittadini devono godere dei benefici di un’economia verde. La Commissione Europea ha inoltre affermato di aver adottato politiche energetiche, fiscali e di trasporto, che permetteranno, entro il 2030, di ridurre le emissioni nette di anidride carbonica del 55%  rispetto ai livelli del 1990. In questo contesto, già nel 2020, la Commissione Europea aveva mosso i primi passi annunciando una nuova strategia di finanza “sostenibile”, che aveva il compito di assicurare il pieno sostegno del sistema finanziario alla transizione energetica, anche alla luce dei problemi economici che il COVID-19 aveva causato. Alcune delle novità introdotte erano: una nuova e più chiara classificazione delle categorie di attività sostenibili; uno standard per le emissioni di obbligazioni green europee. Inoltre era stato introdotto il concetto di sostenibilità nel processo di management dei rischi. Nel pacchetto di 1,8 trilioni di euro, che erano stati stanziati per il NextGenerationEU Recovery Plan, il 37% dei fondi, ovvero circa 750 miliardi di euro, erano stati destinati all’EGD. Parallelamente era stata dichiarata l’intenzione di alimentare il 30% del budget del NextGenerationEU attraverso l’emissione di obbligazioni green.

Gli impegni dell’Arabia Saudita e di altri Paesi del mondo per un futuro sostenibile

Stati Uniti ed Europa non sono i soli ad aver promesso scenari futuri più sostenibili, sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista ambientale, ma di sicuro sono quelli che hanno promesso più risorse finanziarie per la loro realizzazione. Basti pensare che al COP27 del 2022 l’Arabia Saudita, il maggior produttore di petrolio al mondo, aveva dichiarato che era pronta a stanziare 2,5 miliardi di dollari nel prossimo decennio per supportare i progetti in energia pulita nel Medio Oriente e aveva promesso di raggiungere l’obiettivo di zero emissioni nette di anidride carbonica entro il 2050.

Oggi Stati Uniti e Europa stanno già cominciando a raccogliere, se ben in parte minima, i frutti delle loro politiche aggressive di finanziamento dei progetti in energia pulita. Il New York Times tra settembre e novembre del 2023 ha messo in risalto gli effetti positivi delle politiche in materia di energia pulita del governo Biden. Anche le più piccole società nel settore delle energie rinnovabili hanno ottenuto la possibilità di accedere ai finanziamenti necessari per la realizzazione dei loro progetti. Wall Street, secondo gli analisti citati dagli autori del Financial Times, è in grado di mettere a disposizione una cifra intorno agli 80 miliardi di dollari all’anno per finanziare lo sviluppo di tecnologie per la riduzione dell’emissione di gas serra e per la lotta al cambiamento climatico.

Reuter a inizio dicembre 2023 dichiarava, che in Europa il boom di investimenti nella produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili aveva addirittura permesso una significativa diminuzione dei prezzi forward dell’elettricità, scesi per l’esattezza a 105 euro/MWh per il primo trimestre 2024, prezzo comparabile solo con quello registrato prima dell’operazione speciale russa in Ucraina (24.02.2022).

I problemi economico-finanziari delle aziende impegnate nel settore delle fonti rinnovabili

Tuttavia sembra esserci, come sempre, un “altro lato della medaglia” a questa frenetica corsa agli incentivi al settore dell’energia pulita. Il Financial Times a inizio ottobre 2023 e Bloomberg a fine novembre  sempre dello stesso anno, hanno messo in risalto i problemi economico-finanziari delle aziende impegnate nel settore delle fonti rinnovabili. Il problema principale risiede nel fatto che i governi hanno lanciato un processo economico, che il mercato non sembra più sostenere. Il S&P Global Clean Energy Index, l’indice azionario riguardante le 100 più grandi società al mondo che si occupano di energie rinnovabili, ha subito una contrazione del 20,2% negli ultimi 4 mesi. Questo è il peggior risultato registrato dal 2013. Il mercato azionario statunitense, in aggiunta, negli ultimi sei mesi ha visto bruciare 30 miliardi di dollari nella capitalizzazione delle maggiori società “green” made in USA.

Energie rinnovabili: la corsa a ostacoli

Il futuro si prospetta a ostacoli per le energie rinnovabili. Possono essere individuate tre cause congiunturali. Una prima causa è legata direttamente alle politiche monetarie delle banche centrali mondiali, in primis quelle degli Stati Uniti e europea, che per contrastare la crescita dell’inflazione, nel recente passato hanno aumentato i propri tassi di interesse. Dal momento che le società che si occupano di energie rinnovabili fondano la loro profittabilità nei ricavi futuri a lungo termine, le spinte inflazionarie, che da una parte causano un rallentamento dell’economia, e gli alti costi di finanziamento, dall’altra parte, soffocano le loro prospettive di genereare dei profitti nel breve e nel medio periodo. Questo rende gli investimenti ancora più onerosi, dal momento che i cash flow futuri sono sotto pressione, visti gli alti oneri finanziari che devono essere sostenuti. Non a caso, gli operatori dei mercati finanziari hanno aumentato le loro posizioni nel settore del petrolio e del gas, che, godendo di previsioni di prezzo elevate, riescono ad affrontare le sfide economiche causate dall’inflazione e dagli alti tassi di finanziamento.

Il risorgere dell’energia nucleare riduce l’attrattività di altre fonti rinnovabili

Un’altra potenziale causa della futura mancanza di attrattività del settore delle rinnovabili è il risorgere del nucleare. Le dichiarazioni del COP28 sono solo l’ultimo episodio di una discussione, che sta portando ad una rivalutazione del ruolo dell’energia nucleare.

Il motivo scatenante è il costante aumento del fabbisogno energetico mondiale: nel 2022, sebbene la crescita sia stata inferiore rispetto a quella del 2021 (+2,1% contro il +4,9%), l’aumento è stato superiore alla media annuale del decennio 2010-2019, che si è attestata al 1,4%. Nel luglio del 2022 il parlamento europeo approvò la risoluzione che definiva gli investimenti in progetti di gas e nucleare come investimenti “verdi”. Quando si parla di nucleare alla mente vengono subito i disastri di Chernobyl e di Fukushima, che pongono l’attenzione del dibattito sul nucleare solo sui potenziali rischi da malfunzionamenti delle centrali. Gli esperti sono concordi che sono solo tre i casi di “disastro” nucleare: Three Mile Island (USA 1979), Chernobyl (Ucraina 1986) e Fukushima Daiichi (Giappone 2011).

La classificazione dei danni provocati da questi tre episodi è tra 5 e 7 (incidente con conseguenze significative e incidente catastrofico), secondo la scala INES (International Nuclear Event Scale). Guardando ad altri aspetti della generazione di energia da fusione nucleare, è innegabile che questa, dal punto di vista della stabilità delle forniture, sia molto più affidabile delle energie rinnovabili, poiché queste, per natura stessa, sono dipendenti dalle condizioni meteo delle zone dove vengono prodotte. Inoltre vi è da aggiungere che la stessa efficienza produttiva delle tecnologie odierne da fonti rinnovabili è ancora bassa. In quanto ad emissioni, la produzione di energia da nucleare è a emissioni zero. Molti, però, argomentano che il nucleare non sia affatto una fonte di energia pulita, dal momento che le scorie radioattive che vengono a formarsi durante il processo di fusione sono altamente pericolose per l’ambiente. A questo proposito, però, forse è giusto ricordare che spesso si tace sui costi ambientali e di riciclaggio delle infrastrutture utilizzate per la produzione di energia da fonti rinnovabili: uno studio dell’università statunitense YALE ha rivelato che negli anni a venire il riciclo dei pannelli solari, la cui vita utile si aggira intorno ai 25-30 anni, si svilupperà molto rapidamente, poichè il mercato dei materiali preziosi, utilizzati per la produzione dei pannelli stessi, potrebbe arrivare a valere fino 15 miliardi di dollari entro il 2050. Tuttavia, ad oggi, le tecnologie di riciclo e recupero dei materiali da pannelli fotovoltaici sono ancora allo stato iniziale e il processo non è affatto semplice o sicuro come potrebbe sembrare. Già nel 2021 il Technology Review del MIT dichiarava che “riciclare i pannelli solari è una sofferenza”. Per quanto riguarda l’impatto ambientale, bisogna altresì porre l’attenzione sull’estensione delle installazioni, sia di pannelli fotovoltaici, come di pale eoliche o sulla costituzione di bacini per le dighe idroelettriche: i rischi a questo associati sono la perdita di habitat per gli animali, la distruzione della fauna, con conseguenti danni irreparabili all’ambiente, oltre al ricollocamento delle specie animali che devono essere evacuate.

Anche le attitudini dei consumatori finali verso l’energia dettano le regole

Indipendentemente dalle congiunture economiche o tecnologiche, che possono mutare, ciò che non muta è l’attitudine dei consumatori finali verso l’energia stessa. La transizione energetica non può essere solo un manifesto politico, lasciato alla “carità finanziaria” dei programmi di sussidio o di sgravio fiscale dei governi nazionali, e non può nemmeno essere lo slogan di una moda passaggera. Ci stiamo lasciando alle spalle un periodo di forniture energetiche stabili e costanti, che ci hanno fatto credere di non dover prestare attenzione alla costante ascesa dei nostri consumi energetici, siano essi legati all’elettricità o al riscaldamento e/o raffreddamento domestico o ai carburanti per i nostri mezzi di trasporto. Non siamo in grado di riconoscere che tutti i beni, primari o secondari, che consumiamo hanno un’intrinseco valore energetico, che deriva dai costi dell’energia legata alla produzione, alla logistica e alla distribuzione dei beni stessi.

Se non ci riappropriamo del concetto di scarsità energetica non saremo in grado di sopravvivere in un mondo alimentato solo da energie rinnovabili. Il sultano degli Emirati Arabi Uniti alla COP28 forse esagerava quando parlava ad un ritorno all’età della pietra, ma certamente i piani di transizione energetica non possono non tenere in considerazione che, per far fronte ai nostri fabbisogni, i combustibili fossili devono avere un ruolo nel mix energetico futuro.

Forse non a caso tutte le dichiarazioni parlano di emissioni zero nette, sottintendendo che le fonti rinnovabili e le nuove tecnologie dovranno sopperire all’emissione di gas serra derivante da qualche altra fonte.

 

Economista

Riccardo Fallico